“IN TUTTO C’È STATA BELLEZZA”
Romanzo di Manuel Vilas
Guanda

Scritto da: Gabriella Maggio del Circolo dei Lettori di Spazio Cultura

A 52 anni Manuel Vilas, superato un momento di grave crisi, decide di scrivere un romanzo. Ha divorziato, è provato dalla solitudine e dai postumi dell’alcolismo, sente con disagio l’inconsistenza dei rapporti sociali e le “vanità pattuite perché il mondo possa esistere. Cercando di dare un senso alla sua vita, che considera non diversa da quella dei poveri e degli sfortunati, si accorge che l’unica certezza è costituita dal rapporto con i genitori scomparsi: “La paternità e la maternità sono le uniche certezze. Tutto il resto quasi non esiste…Esistono soltanto le persone amate. La scrittura è per lui un mezzo per “trasformare ciò che è informe in un personaggio dotato di forma, per dare espressione ai “tanti messaggi oscuri che provenivano dai corpi umani, dalle strade, dalle città, dalla politica, dai mezzi di comunicazione, da ciò che siamo. Scrivere, secondo Vilas, è un atto fisico, che richiede sforzo, coinvolge il corpo, la mano: “Non è spirito. Basta con la sottovalutazione della materia. La ricostruzione della vita dei suoi genitori non implica, quindi, un abbandono lirico ai ricordi, ma si fonda sulla fisicità, sulla quotidianità fatta di oggetti, foto, il bagno impraticabile a causa del calcare che ottura i tubi, la Seat 600, il guardaroba con le stelle dipinte, la polvere che s’accumula, i completi ben stirati indossati dal padre, il salotto della madre. Se nel ricordo l’infanzia mantiene un calore e una pienezza di vita ineguagliabili, Vilas sa che l’affetto dei genitori non è stato sempre uguale, è progressivamente diminuito e mutato nell’età adulta, ma questo non ha cancellato il volersi bene. Ricorda l’orgoglio provato da bambino quando camminava insieme al padre, un uomo di alta statura, elegante, ben vestito, ben pettinato. Prova ammirazione per la madre, una vera punk che non sopportava il tedio della vita, interessata soltanto a J.Iglesias. Eppure sa che ha ben assolto il suo compito: “Mia madre ha governato la mia vita, e l’ha governata bene. La missione del governo di mia madre non era la mia felicità, ma la mia sopravvivenza. È stato questo il suo buongoverno. La parabola economica dei genitori, prima ascendente poi discendente, riflette la Storia della Spagna durante la dittatura di Franco e la transizione democratica del re Juan Carlos I di Borbone. La morte in solitudine dei genitori gli appare una “grande rivincita della natura, che si presenta nelle stanze degli ospedali e distrugge tutti i patti umani, distrugge il patto dell’amore e il patto della famiglia e il patto della medicina e il patto della dignità umana. Il racconto va a ritroso nel tempo fino al novembre del 1961, alla notte in cui il narratore è stato concepito, nella casa nuova dei genitori giovani da poco sposati. L’intreccio di passato e presente offre allo scrittore di passare facilmente dalla narrazione di fatti e comportamenti a una riflessione di ampio respiro sull’agire umano. Il suo rapporto col padre è simile a quello con i suoi figli adolescenti, infastiditi dalle sue manifestazioni d’affetto. Tuttavia spera che da adulti, possano volerlo ricordare così come lui oggi ricorda suo padre. Nel compimento di questo viaggio interiore, che lo porta a ricostruire i fondamenti della sua vita, il narratore scopre “la bellezza dovunque… Può darsi che alla fine un uomo s’innamori della propria vita. È questo che mi sta succedendo, mi succede da alcuni mesi…Quello che non potevo immaginare è questa riconciliazione con me stesso. Riscoprire i sentimenti, tornare ad amare e ad amarsi. L’amore è quindi la risposta alle domande di senso che Vilas rivolge alla vita. Niente è casuale nell’intero romanzo. L’ampia ricostruzione della vita familiare, le continue riflessioni, le ripetizioni di fatti come la cremazione del padre o la mancata partecipazione ai funerali dei parenti sono funzionali al significato dell’opera che ha come tema di fondo la vita, la morte e il Male: “Il problema del Male è che se ti tocca ti trasforma in colpevole…le vittime sono sempre irredimibili…la gente ama gli eroi, non le vittime. I centocinquantasette capitoli brevi dell’opera, venati a volte d’ironia e di poesia, sono frammenti di un monologo il cui significato si va progressivamente costruendo; sono tracce di una realtà in continuo mutamento che lo scrittore cerca di fissare attraverso la scrittura, consapevole che la veritàè sempre in costante trasformazione, perciò è difficile dirla, indicarla”. Il lettore si riconosce facilmente nell’opera di Vilas, perché la vita, le paure, i dubbi del protagonista non sono diversi dai suoi. In fondo è vero, al protagonista non è accaduto nulla di eccezionale. I personaggi non hanno il loro nome, ma quello di grandi musicisti. La madre è Wagner per la sua drammaticità, il padre sereno e luminoso è Bach, i figli Vivaldi e Brahms. Lo scrittore vuole così rappresentare la sua vita come uno spartito musicale che contiene armonie diverse, tutte belle, anche se si tratta di vari tipi di bello. Per questo il titolo italiano, nella traduzione di Bruno Arpaia, rende bene il senso dell’opera “In tutto c’è stata bellezza”. Mentre il titolo originale “Ordesa” è focalizzato sul padre, perché riprende il nome di un luogo di montagna visitato dall’autore insieme al padre. Conclude il romanzo un epilogo in versi, nel quale l’autore condensa gli episodi salienti della storia. Poesia e prosa si equivalgono per Vilas, che è anche poeta, perché entrambe sono fatte di parole.

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