“Nessuno riuscirebbe a sopravvivere nel mondo che vogliono imporci loro: dobbiamo tutti inventarci un paradiso personale verso cui evadere…La letteratura non era una panacea, ma ci offriva uno strumento critico per valutare e capire meglio il mondo, non solo il nostro, anche l’altro, l’oggetto dei nostri desideri”. Queste parole, che si leggono nella parte finale del romanzo ne compendiano il messaggio. La storia racconta del seminario sulla letteratura occidentale organizzato da Azar Nafisi, dopo avere lasciato l’insegnamento universitario sempre più osteggiato dalla Repubblica islamica. Per quasi due anni, dal 1995 al 1997, tutti i giovedì mattina, sette studentesse, le migliori del corso universitario, si riuniscono a casa di Azar per leggere e confrontarsi su romanzi, ritenuti fondamentali nella letteratura occidentale, e sul rapporto fra realtà e finzione letteraria. Le ragazze sono di estrazione sociale diversa, così come diverso era l’orientamento religioso ed ideologico; eppure condividono tutte lo stesso disagio che nasceva dalla confisca da parte del regime dei loro momenti più personali. Appena entrata, ognuna si toglie la veste e il velo e riacquista il proprio corpo e la propria personalità, esprimendo liberamente le proprie opinioni sui libri letti e progressivamente parlando della sua vita privata di cui emergono le fragilità. Sono consapevoli che la religione è diventata uno strumento di potere con l’imposizione del velo, che i censori e le leggi sono assurdi e rivelano l’intrinseca debolezza del regime. Il romanzo si compone di quattro parti, ciascuna prende il nome di un grande scrittore o del personaggio principale dell’opera: Lolita, Gatsby, James, Austen precedute da una nota dell’autrice e seguite da un epilogo. Il titolo Leggere Lolita a Teheran è emblematico del senso dell’opera in quanto la storia della dodicenne Lolita, prigioniera dell’uomo che ne fa la sua amante, rappresenta l’essenza stessa del totalitarismo.
Pubblicato in Italia nel 2004 da Adelphi, tradotto in trentadue lingue, Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi è considerato uno dei vertici della letteratura contemporanea. L’autrice è nata a Teheran, ha studiato in Gran Bretagna e negli U.S.A. dove ha conseguito la laurea in Letteratura inglese e americana. Nel 1979 ritorna a Teheran per insegnare all’Università Allameh Tabatabai, dove le sue lezioni sulla letteratura inglese e americana sono molto apprezzate. È testimone della rivoluzione islamica che porta al potere l’ayatollah Khomeini. Nel 1995, non potendo più sopportare le regole severe del regime, rinuncia all’insegnamento: “decisi di farmi un regalo e realizzare un sogno. Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura”. Azar Nafisi organizza un regno di libertà più assoluta lontana da orecchie e occhi indiscreti, un vero e proprio sodalizio culturale e umano. Dopo due anni quando il regime uccide alti esponenti della cultura iraniana come l’illustre iranista Jahangir Tafazoli, studioso dell’Iran preislamico, Azar Nafisi decide di ritornare con la famiglia negli U.S.A. Da lì, lontana da luoghi e persone, ricostruisce quella straordinaria esperienza del seminario, che ha intrecciato letteratura e vita senza svilire o banalizzare l’una o l’altra. Nel soggiorno di casa durante le lezioni Azar sedeva nella sua poltrona da dove: “le montagne non si vedevano, però le loro cime, incappucciate di neve anche d’estate, e gli alberi che cambiavano colore con le stagioni si riflettevano nello specchio ovale appeso alla parete di fronte, un bel pezzo antico trovato da mio padre. Grazie a quella prospettiva indiretta riuscivo ancora meglio a convincermi che il rumore non veniva dalla strada, ma da un posto lontano, e il continuo brusio restava l’unico legame con quel mondo che, almeno per qualche ora, potevo rifiutare”. L’immagine riflessa nello specchio diventa metafora della distanza che adesso il tempo ha interposto tra l’Iran e gli U.S.A., un mezzo per meglio comprendere gli avvenimenti vissuti e il rapido dissolversi dell’illusione del cambiamento costituita dalla rivoluzione islamica, come la scrittrice dice spesso nel testo. Sulla pagina il vissuto acquista senso e non svanisce prima di diventare una storia, di essere raccontato, come suggeriscono i versi, da Annalena di Czeslaw Milosz, posti in esergo: «A chi raccontiamo ciò che è accaduto / sulla terra, per chi sistemiamo ovunque / specchi enormi, nella speranza che riflettano / qualcosa e non svanisca?» Attraverso i ricordi, le foto, gli appunti dei seminari Azar rievoca l’ultimo soggiorno nell’amato Iran, la tristezza per il regime soffocante degli ayatollah, lo studio della letteratura contro la tirannia del tempo e della politica, il recupero e la difesa di momenti riservati e intimi. Tema di fondo del seminario è” la fede nel potere interpretativo e quasi magico della letteratura che offre il modo di spezzare con la fantasia e la riflessione l’asprezza del presente. Il seminario ripercorre l’espediente di Shahrazad nelle “Mille e una notte”. La letteratura rivela l’arbitrarietà dei regimi repressivi la possibilità di non cadere nel loro abisso. Ma aiuta a capire anche che spesso i sogni sono già alle nostre spalle e ci impediscono di comprendere la realtà, come accade a Gatsby: «Ciò che in Iran avevamo in comune con Fitzgerald ‒ anche se allora non ce ne rendevamo conto ‒ era proprio il sogno, che divenne la nostra ossessione e finì per prendere il sopravvento sulla realtà». La rivoluzione in nome di un passato collettivo, portata avanti dai seguaci di Khomeini ha un esito disastroso: «Il passato era morto e sepolto, il presente soltanto una finzione, e che non c’era futuro». Eppure in H. James si legge: «Cultura e civiltà erano tutto. La più grande libertà concessa all’uomo era l’indipendenza di pensiero». Il corollario di queste parole porta a difendere la propria integrità, rispettare gli altri ed essere empatici. Ma niente di questo ha caratterizzato il regime iraniano. La lettura di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austin fa riflettere sull’equilibrio necessario ed essenziale tra sfera pubblica e sfera privata, sul dialogo come mezzo per risolvere le tensioni, sulla riflessione e l’autocritica che sole possono portare al cambiamento. Ma anche offre figure di donne in grado di sfidare i limiti delle convenzioni sociali, e di affrontare la crudeltà quotidiana. Azar Nafisi compie questo itinerario ponendosi dei dubbi e nutrendo il timore che le ragazze possano considerare l’Occidente in maniera acritica. Ne parla all’amico senza nome il “mago”, che l’incoraggia dicendo che attraverso i seminari ha restituito alle ragazze l’immaginazione unita all’impegno di seguire la propria coscienza.
